Sospensione del C.V. siciliano 2018/19: di chi la colpa?

Non era mai accaduto che un Tribunale amministrativo si spingesse fino a tanto: escludere in Sicilia il prelievo del Coniglio selvatico per tutta la stagione venatoria. Prima di cercare a chi addebitare la colpa, vediamo di capire i fatti partendo dal parere obbligatorio e non vincolante espresso dall’Istituto Superiore di Ricerca Ambientale (ISPRA) sullo schema di c.v. 2018/19.

Secondo l’ISPRA (v.di all. a fine articolo), in Sicilia l’apertura della caccia a qualsiasi specie cacciabile doveva essere fissata il primo di ottobre, avete capito bene, primo ottobre, salvo alcune giornate fisse per la Gazza, Ghiandaia e Merlo, e due giornate per la Tortora nel corso del mese di settembre. Per quanto riguarda il Coniglio selvatico, l’ISPRA, limitatamente al mese di settembre, suggeriva di autorizzare la caccia negli stessi giorni fissati per le specie avicole. A decorrere dal primo di ottobre la caccia si sarebbe potuta esercitare regolarmente. 

Per quanto riguarda le chiusure, a parere dell’Istituto la caccia alla Beccaccia doveva chiudersi il 31 dicembre 2018, massimo il 10 gennaio 2019, per le rimanenti specie il 20 gennaio 2019. Favorevole era il parere dell’Istituto di esercitare l’attività venatoria nel corso della prima decade di febbraio limitatamente alle specie Colombaccio, Ghiandaia, Gazza, Volpe. Alle limitazioni sopra riportate si aggiungevano una serie di divieti e prescrizioni in termini di specie cacciabili, luoghi di caccia, forme di caccia che ci siamo ritrovati in parte nel C.V. 2018/19.

Ciò premesso, il provvedimento firmato dall’Assessore e pubblicato nel sito ufficiale dell’Amministrazione spiega, attraverso nove pagine di motivazioni, le ragioni biologiche e giuridiche per le quali quel parere in alcune parti non poteva essere condiviso. Per l’effetto il calendario è quello che tutti conoscete: preapertura il primo di settembre, giornate limitate ad alcune specie, ma scelte liberamente da ogni cacciatore, chiusura unica il 31 di gennaio, possibilità di usufruire della prima decade di febbraio per alcune specie.

Il ricorso di Legambiente, WWF e LIPU non si è fatto attendere, ma ha trovato lo STOP dal Presidente del T.A.R. Sicilia che non ha concesso la sospensione del calendario nel periodo di preapertura ritenendo le motivazioni riportate nel provvedimento dell’Assessore sufficienti per disattendere il parere dell’ISPRA. Il Presidente, come prescritto, ha rinviato le parti all’udienza del 14 settembre scorso innanzi al Collegio. Il risultato lo sappiamo tutti: la Waterloo della caccia. Inspiegabilmente quell’ordinanza del T.A.R. andata ben al di là delle prescrizioni dell’ISPRA.

Se questi sono i fatti, una cosa è certa: non può essere l’Assessore la persona da far salire sul patibolo visto che, seppur cosciente del rischio che correva ha, tuttavia, disatteso il parere dell’ISPRA ritenendolo non condivisibile, e venuto incontro alle istanze (legittime) delle Associazioni venatorie.

Di chi la colpa, allora? Per chi é di sinistra la colpa è di Musumeci e della destra; per chi si riconosce in Associazioni venatorie di stampo nazionale, ormai in default nell’isola, la colpa è delle Associazioni venatorie regionali che da anni ormai fanno da argine alla deriva ambientalista, colpevoli come sono di avere voluto il c.v. per come originariamente pubblicato; per chi, pur di trovare consenso, di mestiere fa il denigratore, la colpa è qua o là a seconda delle spinte populiste del momento. Se, però, vogliamo fare un ragionamento serio, la colpa va ricercata altrove. Dove?

Certo non nelle Associazioni ambientaliste, fanno il loro mestiere. Nei Giudici? Nemmeno, quando si tratta di questioni come la caccia, l’eutanasia, l’affidamento di minori a coppie omosessuali, persino l’accoglimento dei migranti, le convinzioni personali del Giudice, in presenza di norme che gli lasciano un ampio potere decisionale, fanno la differenza. Così si spiega la contraddizione tra la decisione del Presidente del Tar Palermo che ha ritenuto il C.V. legittimo, e la decisione della seconda sezione del Tribunale che ha ritenuto lo stesso provvedimento in parte illegittimo. Le stesse contraddizioni si vivono in tema di porto d’armi: un Giudice contrario alla caccia, in presenza di norme elastiche, non sarà mai obiettivo. 

Cosa fare? Non c’è che una strada: modificare l’attuale legislazione, sì da mettere sul campo paletti fermi, norme precise, immodificabili attraverso spinte interpretazioni dei Giudici. Per fare ciò é indispensabile declinare quel principio di precauzione di cui agli artt. 191 del TFUE e 174, par. 2, del Trattato CE, ormai entrato anche formalmente nel nostro corpus giuridico con l’art. 301 del decreto legislativo n. 152/2006: principio di cui si riempiono la bocca le Associazioni ambientaliste (e certi Giudici). Solo così possiamo avere la certezza di pagare le tasse ed essere sicuri di potere andare serenamente a caccia.  

Viagrande, il 23 settembre 2018

Dott. Giovanni Di Giunta

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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